L’arte di diventare Dolly
Ci sono artisti che conosciamo attraverso la loro musica, altri attraverso il cinema, la moda o le immagini. Nel mio caso, Dolly Parton è arrivata nella mia vita soprattutto attraverso il cinema. Il country, lo ammetto, non è mai stato il mio genere musicale di riferimento, e quindi il primo ricordo che associo a Dolly non è legato a una canzone, ma a due film che considero ancora oggi iconici: 9 to 5 e Fiori d’acciaio.

È attraverso quei film che ho iniziato a riconoscere quella donna dai capelli enormi, dal trucco impeccabile, dagli abiti appariscenti e da un sorriso impossibile da dimenticare. Una presenza capace di essere ironica, femminile, provocatoria e allo stesso tempo sorprendentemente autentica.

In 9 to 5, accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin, Dolly porta sullo schermo una parte di quella personalità che l'aveva già resa una star della musica. Il film racconta con ironia il mondo del lavoro e la condizione femminile, ma soprattutto ci consegna una Dolly capace di trasformare la propria immagine in qualcosa di immediatamente riconoscibile.

In Fiori d’acciaio, invece, il registro cambia. Il suo personaggio è più intimo, più umano, inserito in una storia fatta di amicizia, fragilità e perdita. È stato forse proprio attraverso questi due ruoli così diversi che ho iniziato a comprendere quanto Dolly Parton fosse più grande della sua immagine musicale.
La sua carriera, naturalmente, nasce dalla musica. Jolene, 9 to 5, Here You Come Again sono entrate nella storia della musica americana e hanno contribuito a trasformarla in una delle figure più importanti del country. Ma nel corso degli anni Dolly ha superato i confini del genere e della musica stessa, diventando attrice, produttrice, imprenditrice e una presenza costante nella cultura pop.

Quello che trovo più interessante, però, è il modo in cui ha costruito Dolly Parton come figura pubblica.
Tutto in lei è riconoscibile. I capelli, il trucco, le forme, gli abiti, la voce, il modo di parlare, l'ironia. Un'estetica volutamente esagerata che avrebbe potuto trasformarsi facilmente in una caricatura e che invece è diventata una delle identità più forti e riconoscibili della cultura contemporanea.
Dolly non ha mai cercato di separare la persona dal personaggio. Ha fatto qualcosa di più intelligente: ha trasformato quella costruzione in parte della propria identità.
È riuscita a giocare con l'idea della femminilità, con il glamour, con l'eccesso e con gli stereotipi senza perdere il controllo della propria immagine. Dietro quella figura apparentemente tutta glitter, capelli e curve c'era una donna capace di costruire una carriera enorme e un universo imprenditoriale altrettanto importante.
Ed è qui che Dolly Parton diventa interessante anche per POPFACE.
Il mio progetto nasce dall'idea che alcune persone, immagini e figure della cultura contemporanea possano superare la propria identità originaria per diventare simboli. Entrano nella memoria collettiva, ma anche nella memoria personale di ciascuno di noi.
Per me Dolly è un esempio perfetto di questo meccanismo.
Non l'ho conosciuta attraverso il country, ma attraverso due film. Qualcun altro l'avrà incontrata per la prima volta ascoltando Jolene. Qualcun altro ancora attraverso una fotografia, un'intervista, una parrucca, una battuta o un'immagine diventata virale.
È così che costruiamo il nostro rapporto con le icone. Non necessariamente attraverso l'opera completa di una persona, ma attraverso frammenti che finiscono per rappresentarla.
E forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della cultura pop: un'immagine può diventare più grande della persona che l'ha generata.
Dolly Parton è morta a 80 anni, lasciando una carriera impossibile da racchiudere in una sola definizione. Cantante country, attrice, imprenditrice, autrice, filantropa e soprattutto una delle figure più riconoscibili della cultura americana.
Ma quello che rimane non è soltanto una discografia o una filmografia.
Rimane un'immagine.
Rimane un modo di stare nel mondo.
Rimane una figura che ha saputo trasformare la propria identità in un linguaggio.
Ed è forse questa la vera arte di diventare Dolly: non limitarsi a essere riconoscibili, ma riuscire a diventare un'immagine che appartiene anche agli altri.




Commenti